Quando l’etichetta non basta: cosa nascondono le fibre tessili

Quanti di noi quando acquistano un capo d’abbigliamento si accertano che non contenga sostanze nocive? Ebbene sì, c’è una alta probabilità che anche in questo momento abbiamo addosso sostanze tossiche. Formaldeide, pentaclorofenolo, ftalati, cromo, nichel, cadmio, piombo, mercurio, carrier alogenati, e un pizzico di arsenico: ecco cosa contiene il nostro armadio.

C’è da dire che la causa principale del fallimento delle battaglie volte all’eliminazione di sostanze dannose nei capi d’abbigliamento sta, purtroppo, nella totale assenza di informazioni. Chi indosserebbe mai un cappotto realizzato con fibre d’amianto? Nessuno, perché tutti sappiamo che si tratta di materiale altamente cancerogeno.

E l’etichetta? Ahinoi, non basta. Pensiamo che un’etichetta che indichi la composizione della fibra e le istruzioni per il lavaggio sia più che sufficiente per essere consapevoli del capo che si va ad acquistare. In realtà siamo all’oscuro della storia di quel capo, della filiera produttiva, della condizione dei lavoratori impiegati nel processo produttivo, dei metodi di realizzazione e dei materiali con cui entra in contatto.

Avete appena comprato per vostro figlio il pigiamino con la stampa del cartone animato preferito e la giacca idrorepellente? Bene, sappiate che rischia di veder diminuire la sua fertilità. Lo dice l’Unione Europea che, alla luce di test condotti su animali, ha classificato i ftalati Deph e Dpb come “tossici per la riproduzione”, stabilendo che in tutti gli articoli destinati all’infanzia, indumenti compresi, i residui non debbano superare lo 0,001%. Ma questo divieto vale per i prodotti realizzati in Europa non per quelli fabbricati in Cina, Pakistan o Bangladesh dove le norme in materia sono molto meno stringenti. La stampa sul pigiamino di vostro figlio potrebbe contenere interferenti endocrini, che alterano cioè la produzione degli ormoni sessuali (testosterone ed estrogeni), facendo diminuire la fertilità (oltre a rallentare il metabolismo dei grassi nel fegato, con possibile predisposizione a diabete e obesità).

E se credete che comprare capi d’abbigliamento con fibre naturali come il cotone o la seta vi metta al sicuro, vi sbagliate! Infatti, non è tanto la materia prima utilizzata a essere incriminata, ma i processi di lavorazione che questa subisce, e i materiali con cui viene trattata prima di finire sullo scaffale, sulla bancarella, nel cassetto: coloranti, sbiancanti, fissatori, anti-piega, antiossidanti, ammorbidenti, detergenti, antistatici, antimuffa, stabilizzanti, solubilizzanti e ignifuganti fungicidi, che nel prodotto finale lasceranno inevitabilmente tracce, più o meno elevate, di  sostanze tossiche, molte delle quali fortemente allergizzanti, alcune potenzialmente cancerogene.

Il vostro capo perde colore? Quasi certamente è stato tinto con coloranti azoici, ancora largamente utilizzati sebbene rilascino ben 22 ammine aromatiche di cui è stata accertata la cancerogenicità (la direttiva europea recepita in Italia nel 2005 non ne vieta l’utilizzo, ma solo la presenza residua sul prodotto finale).

Purtroppo non si salva neanche il “bio”: innanzitutto, coltivare il cotone senza sostanze chimiche è molto difficile, riduce resa e redditività per i contadini. E se anche quel cotone è stato coltivato senza sostanze chimiche, non abbiamo idea, come dicevamo, di quali sostanze vengano poi utilizzate nel processo di lavorazione.

Ma come difenderci? Alcuni consigli:

  • Evitare di far indossare a bambini e adolescenti capi di dubbia qualità,soprattutto per quanto riguarda l’abbigliamento intimo;
  • I capi colorati, soprattutto neri, blu e in parte anche rossi,sono senz’altro quelli più pericolosi perché potrebbero nascondere tracce di nickel;
  • Verificare (quando l’etichetta lo riporta) dove il capo è stato prodotto: gli abiti fabbricati in Europa e in Italia sono tendenzialmente più sicuri di quelli prodotti in altri Paesi (anche se ormai nei negozi cinesi vediamo etichette con su scritto “Made in Italy”, che sono, in realtà, solamente confezionati in Italia);
  • Lavare gli abiti appena acquistati sulle bancarelle almeno due volte prima di indossarli;
  • Per lo sport, preferire tinte chiare e fibre naturali (il sudore e il calore favoriscono l’assorbimento delle sostanze chimiche), con le riserve dette poco sopra;
  • L’etichetta mancante o contraffatta è sempre un indizio di pericolosità;
  • Prestare particolare attenzione anche ai sacchetti denominati “silica gel” provenienti dall’Estremo Oriente. Quasi sempre inseriti nelle confezioni di prodotti, come calzature e mobili, contengono una sostanza gravemente nociva, il dimetilfumarato (Dmf) aggiunto dai fabbricanti come biocida per eliminare le muffe. Nessun problema per le bustine di “silica gel” prodotte in Italia e in Europa che non contengono dimetilfumarato.

(P.B.)

Realizzato nell’ambito del Programma generale di intervento della Regione Emilia Romagna con l’utilizzo dei fondi del Ministero dello sviluppo economico. Ripartizione 2015

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *